La “casa del matto”

In un quartiere non troppo periferico di Marsiglia svetta un parallelepipedo di cemento grigio con una facciata di finestre colorate, che i marsigliesi chiamano affettuosamente “la Maison du Fada”, ovvero la casa del matto. Il matto in questione è l’architetto Le Corbusier, che all’inizio degli anni ’50 fece costruire nella città francese quello che per lui era il progetto di una vita, per cui aveva studiato per anni e su chi aveva scritto trattati teorici, la realizzazione di un sogno incarnazione dei suoi più grandi ideali di architettura.

L’enorme struttura però apparve subito agli occhi dei più come il lavoro di un folle visionario. Quando fu edificata, nell’ondata dei grandi progetti di ricostruzione del secondo dopoguerra, l’Unité d’Habitation era effettivamente un progetto residenziale mai visto prima, un alto blocco grigio che svettava in verticale nel bel mezzo di campi coltivati e fattorie. Quello che dall’esterno sembrava un freddo universo di cemento nascondeva però al suo interno un ambiente caldo ed accogliente fatto di appartamenti quasi interamente costruiti in legno illuminati da grandi vetrate. Oggi quello stesso palazzo è patrimonio UNESCO ed è divenuto negli ultimi anni un’imperdibile meta di pellegrinaggio di appassionati di architettura e di estimatori del brutalismo provenienti da tutto il mondo.

Charles-Édouard Jeanneret-Gris, per gli amici Le Corbu

La mente geniale che ideò l’Unité d’Habitation è quella di Charles-Édouard Jeanneret-Gris, architetto, urbanista e designer svizzero naturalizzato francese. Si diede da solo il famoso pseudonimo di Le Corbusier quando a 33 anni a Parigi fondò insieme all’amico Amédée Ozenfant la rivista di arte e architettura L’Esprit Nouveau. Quando raggiunse la celebrità molti iniziarono a chiamarlo semplicemente Le Corbu, nome che tra l’altro ricorda la parola corbeau, cioè corvo, animale che lui adottò come suo simbolo. Le Corbusier è considerato uno dei maestri dell’architettura contemporanea, promotore con il suo Movimento Moderno di un’architettura ed un’urbanistica funzionali, cioè che avevano l’utilità come principio guida: è dall’utilità che deriva la bellezza, ciò che è funzionale è anche bello.

Un segno distintivo delle opere di Le Corbusier è il cemento grezzo, materiale resistente ma economico, massiccio ma liberamente plasmabile, insomma il massimo della funzionalità. Già molto prima della realizzazione dell’Unité d’Habitation di Marsiglia Le Corbu aveva espresso il suo amore incondizionato verso il calcestruzzo a vista, quando scriveva nel suo trattato d’architettura del 1923: “Archiettura è stabilire rapporti emozionali con materiali grezzi.” (L’architecture, c’est, avec des matières brutes, établir des rapports émouvants). La sua fede nel béton brut fece così tanto scuola da arrivare ad ispirare un intero movimento architettonico, chiamato appunto Brutalismo, che negli anni a seguire ha indagato a fondo le potenzialità plastiche di questo materiale, attraverso la realizzazione di strutture che hanno segnato un’epoca e che contano ancora tantissimi ammiratori.

L’eredità di Le Corbusier non si limita però agli edifici, ma si ritrova anche in alcune originali teorie che hanno rivoluzionato l’architettura moderna, come il Modulor, una scala di misurazione basata sulle proporzioni della figura umana. Chiaramente ispirato all’uomo vitruviano di Leonardo, il Modulor, nome derivante dall’unione dei termini module (modulo) e section d’or (sezione aurea), utilizza la sezione aurea e la serie di Fibonacci per dividere il corpo di un uomo di 1,83 m in tre intervalli, attraverso i quali è possibile progettare qualsiasi cosa in ambito architettonico in modo da rendere gli spazi vivibili ed armoniosi. Lo schema esplicativo di questa innovativa unità di misura, rappresentato da una figura umana stilizzata con un braccio alzato, si può vedere ancora oggi inciso sulle pareti esterne dell’Unité d’Habitation e degli edifici più famosi realizzati da Le Corbusier.

la città radiosa

Nel secondo dopoguerra lo Stato francese affidò a Le Corbusier il compito di delineare un progetto di case popolari per ridare alloggio ai tanti sfollati di Marsiglia. L’architetto ebbe carta bianca e tra il 1947 e il 1952 realizzò il progetto a cui stava lavorando da una vita, applicando in tutto e per tutto i principi architettonici della “città ideale” che aveva esposto nel suo trattato del 1935, intitolato “La Ville Radieuse”.

La rudezza del cemento a vista è la caratteristica più evidente dell’Unité d’Habitation, che appare massiccia, compatta e robusta, ma al contempo plastica ed armoniosa. Grazie al béton brut l’architetto ha saputo modellare elementi fortemente espressivi, come i celebri pilotis, i pilastri che isolano l’edificio dal suolo lasciando vedere il paesaggio circostante, o gli iconici camini che decorano il tetto-terrazzo. L’ampia facciata è alleggerita dalla striscia di finestre “a nastro” che la tagliano in lunghezza permettendo al sole di entrare. Secondo Le Corbusier “l’architettura è il gioco sapiente e rigoroso dei volumi sotto la luce” (L’architecture est le jeu savant, correct et magnifique des volumes en lumière), ed è proprio la luce la protagonista de l’Unité d’Habitation, che non a caso è stata rinominata “città radiosa”: le due lunghe facciate principali sono orientate a est-ovest di modo da ricevere la luce tutto il giorno. L’innovativa configurazione a volumi fa sì che i 337 appartamenti si incastrino l’uno nell’altro come nel Tetris, in modo tale da avere tutti due piani e la doppia esposizione, godendo così al massimo della luce naturale.

una macchina da abitare

L’Unité d’habitation era senza dubbio un progetto visionario per l’epoca. I singoli appartamenti popolari avevano dettagli che garantivano un comfort senza precedenti: l’isolamento acustico, il riscaldamento centralizzato, la cucina aperta affacciata sulla zona giorno, la cappa sopra al piano cottura a gas, le porte scorrevoli, gli armadi a muro, il parquet, la scala in legno interna che collegava zona giorno e zona notte… ogni elemento era stato progettato da Le Corbusier fin nei minimi particolari per ottimizzare al massimo gli spazi e innalzare la qualità della vita dei residenti.

Oltre alla funzionalità abitativa, l’obiettivo dell’architetto fu quello di creare un microcosmo che favorisse il più possibile gli incontri e la vita di comunità. Attorno all’edificio il verde ed i giardini abbondano, mentre la strada trafficata è abbastanza distante da non risultare rumorosa; gli ascensori sono volutamente pochi, di modo da spingere gli abitanti ad incrociarsi salendo o scendendo le scale condominiali; tra gli appartamenti sono presenti ampi corridoi soleggiati disseminati di panchine, simili a viali lungo cui passeggiare e fermarsi a scambiare due chiacchiere con i vicini (tanto che i piani si chiamano rues, cioè vie, distinti gli uni dagli altri in base ai colori dei muri interni); ogni appartamento era dotato di un telefono tramite il quale si potevano chiamare tutti gli altri appartamenti gratuitamente; sull’immenso terrazzo c’erano perfino una piscina e un piccolo teatro per spettacoli all’aperto. Oltre agli appartamenti, l’Unité d’Habitation conteneva molti servizi per la comunità degli abitanti, come una macelleria, un parrucchiere, uno spaccio di alimentari, un fornaio, e perfino una palestra ed una scuola. Oggi molte attività commerciali hanno chiuso o sono state sostituire da agenzie immobiliari, librerie o negozi di design. Restano ancora attivi il panettiere e la piccola scuola materna all’ultimo piano, che è aperta anche a bambini che non abitano nel palazzo.

Al tempo della sua costruzione il progetto non venne subito capito dalla gente: nonostante la modernità e i lussi che offriva, nessuno voleva trasferirsi a vivere in questo parallelepipedo di cemento così alto ed austero. Oggi invece gli appartamenti sono ambiti e molti sono i marsigliesi benestanti che si sono trasferiti qui, sia spinti dall’amore per questo genere architettonico, sia attratti dalla vivibilità che l’Unité d’Habitation offre ancora oggi.

Fonti:

Arianna Cavallo, 10 cose su Le Corbusier, Il Post, 27 agosto 2015. https://www.ilpost.it/2015/08/27/10-cose-su-le-corbusier/

Anais Ginori, La casa dei matti, La Repubblica, 14 giugno 2015. https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/06/14/casa-mialha-fattale-corbusier32.html?ref=search

Marco Valenti, Il ritorno del Britalismo: dall’architettura al gioiello passando per il design, Elle Decor, 8 febbraio 2019. https://www.elledecor.com/it/architettura/a26107449/brutalismo-architettura-design/ 

 

 

 

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