La restituzione dei pezzi del tempio del Partenone e di altri elementi di edifici dell’Acropoli di Atene noti nel mondo anglosassone come “The Elgin Marbles” (i marmi di Elgin) da parte del British Museum di Londra è ancora una questione fortemente dibattuta. La richiesta, avanzata dalla Grecia per la prima volta in occasione dell’indipendenza nazionale nel 1832, è riesplosa più volte negli anni: in vista delle olimpiadi di Atene del 2004, con l’apertura del museo dell’Acropoli nel 2009 e da ultimo con i recenti accordi sulla Brexit. Intorno alla spinosa questione sono stati spesi fiumi di parole, sono nati comitati, creati siti internet, pubblicati libri specifici, avanzate mozioni dell’ONU… tutte iniziative che hanno contribuito ad alimentare fuoco mai spento ma a tratti quasi dimenticato.

Il Partenone
Lord ELGIN

Nel XV secolo, quando la Grecia era sotto il dominio dell’impero ottomano, Atene versava in pessime condizioni, i fasti dell’epoca classica erano ben lontani e la cura del patrimonio archeologico era l’ultimo dei pensieri. Non c’è quindi da meravigliarsi se in tale frangente numerosi frammenti delle decorazioni dell’Acropoli finirono nel fiorente mercato nero antiquario, perlopiù venduti o rubati dai numerosi viaggiatori europei che si recavano in visita in queste terre ricche di storia. In questo contesto fece la sua comparsa Lord Thomas Bruce, settimo conte di Elgin, ambasciatore britannico a Costantinopoli dal 1799 al 1803, il quale riuscì ad ottenere prima il permesso per effettuare dei sopralluoghi sull’Acropoli con lo scopo di fare rilievi, disegni e calchi, poi l’autorizzazione a prelevare alcuni pezzi.

Thomas Bruce, VII conte di Elgin. Ritratto di Anton Graff (1788). Fonte: Wikipedia

Un controverso decreto emanato dal Sultano (il firman), il cui originale purtroppo è andato perduto, autorizzava Lord Elgin e la sua squadra a prelevare “qualche frammento di pietra”. Il risultato fu però ben diverso. A partire dal 1801 per diversi anni parti dell’Eretteo, dei Propilei, del tempio di Atena Nike e del Partenone vennero letteralmente staccate, anche con l’uso di seghe e scalpelli, con una tale veemenza da causare in alcuni casi perfino danni ai marmi e alla struttura stessa degli edifici, già fortemente danneggiati dal tempo. I vari reperti vennero poi imbarcati su 17 navi e trasportati in Gran Bretagna, costretti ad affrontare un lungo e difficoltoso viaggio nel quale rischiarono più volte di finire per sempre in fondo al mare. Quando i “Marmi di Elgin” furono esibiti la prima volta provocarono enorme meraviglia ma anche qualche polemica: il diplomatico britannico era da considerarsi un salvatore di capolavori minacciati o un ladro di opere d’arte? Il dibattito pubblico divenne ben preso più acceso e fu istituita una commissione per valutare l’operato di Lord Elgin, che infine fu però scagionato da ogni accusa. La vicenda si chiuse definitivamente nel 1816, quando i marmi furono venduti al Governo Britannico e poi collocati in una apposita galleria del British Museum, dove tuttora risiedono.

IL BOTTINO

Gli oggetti principali che Lord Elgin esportò dall’Acropoli ed ancora oggi al centro del contenzioso tra Grecia e Gran Bretagna sono:

  • 15 metope. La metopa è un elemento architettonico in stile dorico che consiste in un pannello rettangolare scolpito a rilievo, posto in alternanza con i triglifi (le formelle di pietra decorate con tre scanalature verticali) nel fregio di strutture greche e romane. Le metope del Partenone rappresentano scene mitologiche come la lotta con le amazzoni, la guerra di Troia e la battaglia dei lapiti contro i centauri. Delle 92 metope originarie 39 sono rimaste ad Atene.
  • 75 metri di fregio, pari a 56 pannelli. Lo scultore Fidia circondò la parte superiore dell’architrave interno del Partenone con una fila di pannelli scolpiti in stile ionico, lunga 160 metri e alta poco più di 1 metro: una vera innovazione per l’epoca. Le scene raffigurate rappresentano la processione panatenaica, cioè la cerimonia sacra che si svolgeva ogni quattro anni. Oggi 36 pannelli sono ancora ad Atene, uno al Louvre di Parigi, mentre purtroppo gran parte del fregio è andato perduto a seguito di danneggiamenti precedenti  all’intervento di Lord Elgin.
  • 1 cariatide. La cariatide è una scultura che rappresenta una figura femminile dall’aspetto elegante, austero e imperturbabile, usata come colonna o pilastro di sostegno. La piccola loggia dell’Eretteo dell’Acropoli era originariamente sorretta da 6 cariatidi, di cui 5 sono oggi conservate al Museo dell’Acropoli, mentre quelle presenti nell’Eretteo sono copie.
  • 17 figure di frontoni e vari altri elementi architettonici del Partenone. I complessi scultorei in marmo che in origine decoravano le facciate del Partenone sono considerati i capolavori di Fidia. Il frontone orientale rappresentava la scena mitica della nascita di Atena dal cranio di Zeus, mentre quello occidentale mostrava la disputa tra Atena e Poseidone per il controllo dell’Attica.
  • 4 bassorilievi del fregio del tempio di Atena Nike, il monumento che si trova sul lato ovest dell’Acropoli, nei pressi dei Propilei. Le sculture narravano le vicende dello scontro tra Greci e Persiani, probabilmente la battaglia di Maratona.
IL MUSEO DELL’ACROPOLI

Per dare più forza alle rivendicazioni, la Grecia ha inaugurato nel 2009 il Nuovo Museo dell’Acropoli che raccoglie esclusivamente i reperti rinvenuti nel sito. L’edificio, situato a poca distanza dall’Acropoli, è un’affascinante opera di architettura contemporanea costruita in acciaio, vetro e cemento, con ampie pareti finestrate che lasciano entrare moltissima luce naturale permettendo al contempo un costante contatto visivo con l’Acropoli stessa. Il museo è composto da grandi saloni dislocati su tre livelli, per un totale di 14.000 metri quadrati di superficie espositiva.  Uno dei punti forti del museo è la possibilità per il visitatore di camminare liberamente attorno alle statue e osservarle da tutte le angolazioni. Il livello superiore, disposto in modo da riflettere esattamente la posizione del Partenone, ospita una ricostruzione completa delle sculture del fregio, nella quale le poche parti autentiche sono alternate a calchi bianchissimi in gesso di quelle attualmente in esposizione al British Museum. Su questo piano dominano gli spazi vuoti, a sottolineare con forza quasi drammatica le tante assenze. Inoltre, la differenza di colore tra gli originali e le riproduzioni è volutamente netta ed evidente, veicolando in questo modo un chiaro messaggio di denuncia.

Ma nonostante gli sforzi di Atene negli anni, il British Museum di Londra si è sempre rifiutato di restituire o perfino di concedere in prestito i marmi, affermando che sono stati asportati da Lord Elgin su esplicita autorizzazione del Sultano ed oggi fanno parte di un patrimonio comune a tutti. Il direttore del museo inglese sostiene inoltre che le sculture siano molto più accessibili al pubblico se esposte a Londra, dal momento che l’ingresso alla sezione relativa del British Museum è gratuita ed è visitata ogni anno da oltre 4 milioni di visitatori. Alcuni arrivano perfino a definire il Lord Elgin un salvatore, ritenendo che senza il suo intervento i capolavori del Partenone non sarebbero mai arrivati ai giorni nostri. Insomma, a tutt’oggi la lunga disputa tra Grecia e Gran Bretagna sugli antichi tesori dell’Acropoli rimane accesa e irrisolta e nessuna delle due parti è decisa a cedere. 

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