Con la morte del dittatore Tito nel 1980 si aprì una nuova fase storica per la Jugoslavia. Le divisioni culturali, religiose e sociali delle varie etnie sfociarono in movimenti nazionalisti che rivendicavano la loro indipendenza; Slovenia prima e poi Croazia e Macedonia raggiunsero questo obiettivo non senza tensioni e conflitti armati. La Bosnia ed Erzegovina seguì l’esempio dei vicini e con un referendum, in un clima di forti agitazioni, il 3 marzo 1992 ottenne l’indipendenza. I serbi-bosniaci boicottarono le urne rifiutandosi di vivere come minoranza in un paese prevalentemente musulmano. Iniziarono quindi a schierare le proprie truppe, occupando postazioni strategiche nel paese e nella capitale, segnando così l’inizio di una sanguinosa guerra civile tra le diverse milizie etniche che compongono la Bosnia: i serbi ortodossi, i croati cristiani e i bosniaci musulmani. Uno degli episodi centrali della guerra dei Balcani fu l’assedio di Sarajevo che durò quattro anni, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, divenendo il più lungo della storia moderna.

Durante l’arco del conflitto le armate serbe imposero il blocco totale della città. Vennero chiusi gli accessi ed interrotta l’erogazione di acqua, luce e gas; gli abitanti di Sarajevo rimasero senza cibo e medicinali, sotto il costante bersaglio dei cecchini, costretti a fare lunghe file per l’acqua e per il pane a rischio della propria vita. Sebbene tutto ciò accadesse a due passi da casa nostra, la reazione dei paesi occidentali a queste atrocità fu lenta e confusa.

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Sulle montagne che circondano la lunga e stretta città di Sarajevo le milizie serbe trovarono il luogo ideale dove appostarsi, da cui potevano godere di una buona visibilità delle principali strade restando protette da una distanza di sicurezza. Da qui partivano i frequenti bombardamenti e soprattutto il fuoco dei cecchini che arrivavano a tormentare la popolazione fin dentro alle abitazioni. Sono tuttora visibili molti palazzi crivellati di colpi e i segni lasciati a terra delle granate, le celebri “rose di Sarajevo”, oggi simbolicamente colorate di rosso a ricordo del sangue delle vittime che hanno provocato. Inoltre, guardando il paesaggio dall’alto saltano subito all’occhio i numerosi cimiteri disseminati nel centro della città, in parte ampliamento di vecchi cimiteri e in parte zone ricavate tra le case per accogliere le tante vittime dell’assedio. Le lapidi bianche a perdita d’occhio raccontano di un popolo che ha imparato a convivere con la morte.

Appena otto anni prima, nel 1984, Sarajevo ospitò i XIV Giochi olimpici invernali. L’evento ebbe una grande importanza in quanto furono le prime olimpiadi invernali a svolgersi in un paese socialista, la Jugoslavia. Questa occasione permise alla città di rinnovarsi, dato che si costruirono nuovi edifici e nuovi impianti sportivi soprattutto lungo la dorsale delle montagne circostanti; gli stessi luoghi da cui, dal 1992, sarebbero partiti i tiri di mortaio contro la civiltà bosniaca. Uno dei luoghi più suggestivi è la pista da bob sul Monte Trebević, non lontano dalla città, che oggi versa in uno stato di totale abbandono.

L’assedio di Sarajevo causò oltre 12000 vittime, di cui la maggior parte civili. Nel corso dei 4 anni vennero perpetrati massacri terribili, come quello che il 5 febbraio 1994 colpì il centrale mercato di Merkale, dove una granata lanciata dall’artiglieria serba che occupava le colline circostanti uccise 68 civili ed oltre 140 feriti. Il 28 agosto 1995 lo stesso bersaglio fu di nuovo al centro dei colpi di mortaio nemici, che provocarono 43 morti e 84 feriti. Questo secondo massacro indusse la comunità internazionale a cambiare la linea di gestione diplomatica, convincendo la NATO a dare il via ai bombardamenti contro i serbi-bosniaci, portandoli nel giro di poche settimane alla resa.

Durante l’assedio la città era interamente circondata dall’esercito serbo e restò quasi del tutto isolata. Nel tentativo di ristabilire un collegamento con il mondo esterno, nel gennaio 1993 un gruppo di volontari bosniaci iniziò a scavare un tunnel nei pressi di Dobrinja, uno dei quartieri più strategici perché situato accanto ad un’area ancora sotto il controllo dei bosniaci. Il corridoio sotterraneo lungo 800 metri e alto 1,6, usato inizialmente per portare in città rifornimenti di armi, cibo, aiuti umanitari e per far uscire i feriti, divenne presto anche la via che gli abitanti di Sarajevo usavano per sfuggire all’occupazione. Oggi “il Tunnel della Speranza” è in gran parte crollato; il tratto che resta è stato convertito in museo ed è uno dei luoghi più visitati della città, in cui si possono rivivere gli orrori, le fatiche e le speranze di quell’epoca.

Durante l’assedio per raggiungere il tunnel bisognava affrontare il “Viale dei cecchini”, un’ampia strada sotto il controllo dei soldati serbi che, appostati sulle colline circostanti, sparavano sulle persone che cercavano di attraversarla. L’ampia via ospita ancora oggi l’inconfondibile Holiday-Inn, costruito in occasione delle olimpiadi invernali, l’unico albergo rimasto aperto durante gli anni del conflitto per ospitare la maggior parte dei corrispondenti di guerra.  Sempre lungo il “Viale dei cecchini” si trova il Museo Nazionale, una delle poche istituzioni pubbliche a rimanere in parte operativa durante l’assedio; all’interno sono costuditi reperti della storia bosniaca, dagli albori ai giorni nostri, con un toccante spazio dedicato alla vita durante il conflitto.

Uno degli obiettivi delle milizie serbe durante l’assedio era di cambiare le abitudini della popolazione. Si sparava su autobus e tram pieni di pendolari, si sparava sui palazzi destinati al lavoro, si sparava anche per umiliare, come segno di sfregio e di disprezzo. È il caso del Vijecnica: questo maestoso edificio in stile moresco, sede del municipio, ospitava la biblioteca nazionale, simbolo della storia e della cultura bosniaca; il 25 agosto 1992 il palazzo fu colpito da bombe incendiarie e il suo ricco archivio di libri e codici venne interamente distrutto. Fu proprio in questo clima di forte repressione che nacque nel 1995, in piena guerra, il Sarajevo Film Festival, come forte gesto simbolico di reazione alle barbarie in corso.

Nonostante la notevole rilevanza mediatica del conflitto al di fuori dei confini nazionali come mai era successo prima, per lungo tempo la comunità internazionale se ne disinteressò e non intervenne a bloccare il massacro in corso. Questo generò nei bosniaci un sentimento di tradimento e di abbandono, simboleggiato da un’istallazione artistica molto evocativa: un cilindro alto quasi 3 metri con un diametro di 2 metri, su cui è stampato il testo: “Carne Bovina in scatola. Peso netto 340 g. Prodotto da ICAR Spa Rieti”, e sul pilastro: “Donato dalla riconoscente cittadinanza di Sarajevo”. L’insolito monumento, opera dell’artista Neboja Seric Shoba, è una riproduzione di una confezione di cibo in scatola che arrivava a Sarajevo durante l’assedio e rappresenta il “ringraziamento” che i cittadini hanno voluto fare al resto del mondo, che si limitò ad inviare aiuti alimentari come carne in scatola, spesso avariata e a base di maiale, per una popolazione per il 50% musulmana.

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